SOSTEGNO 

PSICOLOGICO

Il sostegno psicologico è riservato a tutti coloro che si accorgono di vivere delle piccole o significative fatiche nelle seguenti aree ed è effettuato da professionisti psicologi e psicoterapeuti.

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AREE DI INTERVENTO

Il nostro team di professionisti è formato e specializzato per identificare e intervenire su sintomi o fatiche specifiche, tipiche di ogni fase della vita

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Adolescenti

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Pensionamento

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Genitorialità

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Tenersi per mano delle coppie impegnate

Coppie e separazioni

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Traumi

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TERAPIA E SOSTEGNO PSICOLOGICO A PREZZI CALMIERATI

L'associazione Family Care si dimostra costantemente sensibile al benessere dei cittadini del suo territorio e propone quindi un servizio di sostengo e terapia psicologica rivolta al singolo individuo, alla coppia e alla famiglia. Il servizio è reso possibile dal prezioso intervento di professionisti psicologi e psicoterapeuti attenti al benessere dei propri concittadini.

Cos'è

Il progetto “Psicoterapia a prezzi calmierati” dell’Associazione Family si propone sul territorio per offrire dei percorsi di psicoterapia a prezzi calmierati.

 

 A chi è rivolto

E’ rivolto ai soggetti e alle famiglie che sentono di avere bisogno di un trattamento psicologico, ma non possono permettersi una terapia a prezzo pieno in ambito privato.

 

Come funziona

Verranno iniziati i percorsi terapeutici ad una tariffa oraria di €40,00 per i soggetti che lo richiederanno. 

Perché

Proporre un servizio di psicoterapia a prezzi calmierati può diventare una valida alternativa ai servizi del SSN presenti nel territorio, diventando un’ottima soluzione per rispondere al bisogno di sostegno, cura e mantenimento del benessere psicologico. La pandemia da Covid 19 ha fatto emergere ancora di più la necessità di un supporto psicologico, in quanto ha scatenato sia disturbi ansiogeni e stressanti, sia l’acutizzarsi di problematiche già presenti che se non adeguatamente curate, possono cronicizzarsi.

Dove, come e quando

DOVE

I colloqui si terranno presso il Centro per la Persona e la Famiglia a Cesano Maderno, via Cavour n°1  - (www.centropersonafamiglia.com)

QUANDO

Ogni Lunedì pomeriggio su appuntamento dalle 14.00 alle 18.00

COME

Per accedere al servizio è necessario contattare il numero: 334-7778490 per un primo colloquio filtro. Verrà quindi fissato l’appuntamento per iniziare i colloqui. Considerando il periodo pandemico, i colloqui potranno essere condotti anche da remoto su piattaforma digitale. 

BABY BLUES E

DEPRESSIONE POST-PARTUM

Dopo il parto, molte neomamme attraversano un momento di tristezza - si parla di baby blues - o vanno incontro a forme depressive che possono avere vari livelli di gravità, da forme più lievi alla grave psicosi post parto. Vediamo di cosa si tratta esattamente.

Può succedere, dopo il parto, di sentirsi tristi, un po' giù: probabilmente è il baby blues, una lieve forma di tristezza, temporanea e considerata non patologica. Altre volte, questa tristezza può diventare sempre più intensa e duratura. Si parla allora di depressione post parto vera e propria, che può manifestarsi a vari livelli di gravità fino ad arrivare alla psicosi post parto, la forma più grave.

 

 

Vediamo quali sono sintomi, cause e cure per queste tre diverse forme.

 

 

Baby blues o maternity blues: una lieve malinconia


Con le espressioni baby blues o maternity blues, coniate dal pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott, si indica una condizione di disagio interiore della neomamma: un lieve e transitorio disturbo emozionale in genere senza conseguenze psicologiche a lungo termine.

 


La percentuale di donne colpite è molto elevata e va dal 50 all'80%, quindi più di una su due. Tra queste, una su cinque potrà sviluppare anche depressione post parto.

I sintomi Umore instabile e ipersensibile, facile tendenza al pianto, stanchezza, tristezza, ansia, perdita di concentrazione che può dare la sensazione di una certa confusione mentale. In alcune donne, specialmente al primo figlio, è presente una sopravvalutazione delle difficoltà relative all'allattamento.

 

Insorgenza e durata Il baby blues è un problema di natura transitoria, si verifica in genere nei primi giorni dopo il parto, e comunque entro la prima settimana e si protrae per una settimana - 10 giorni.

 

Le cause Sono diverse, anche se probabilmente la parte del leone è giocata dalla brusca caduta dei livelli di ormoni - estrogeni e progesterone - che avviene dopo il parto. Concorrono però anche lo stress psico-fisico causato dal travaglio e dal parto, il fatto di trovarsi in una situazione completamente nuova, che può creare una certa ansia rispetto all'aumento delle responsabilità, eventuali contrasti con il compagno e i familiari.

 

Come si cura Trattandosi di un disturbo di breve durata e tendenzialmente senza conseguenze non è previsto un intervento medico o psichiatrico. Tuttavia è importante un adeguato sostegno alla mamma, alla quale il partner e i familiari dovrebbero far sentire tutta la loro calda vicinanza emotiva. Se già in ospedale viene riconosciuto il baby blues, potrebbe essere utile programmare un controllo a distanza di un mese, per valutare l'andamento dei sintomi. Nella grande maggioranza dei casi dovrebbero essere scomparsi, ma se fossero ancora presenti la situazione va analizzata meglio per capire se possa trattarsi di depressione post parto vera e propria.

Depressione post parto o post partum: quando la situazione diventa più seria


Ne soffre circa il 10-15% delle neomamme e si tratta di una patologia vera e propria che, se trascurata, tende a divenire cronica.

 

 

I sintomi Alcuni sintomi sono comuni a tutte le forme depressive: irritabilità, ansia e preoccupazione eccessiva, umore abbattuto, disturbi del sonno (per esempio insonnia) o dell'appetito (inappetenza o appetito smisurato), disturbi fisici come dolori e debolezza muscolare, mancanza di fiducia in sé stesse, perdita di interesse o di piacere nel fare le cose, difficoltà di attenzione, concentrazione e memorizzazione.

 

Altri sintomi, invece, sono legati in modo specifico alla condizione di maternità: mancanza di emozioni o sensazione di fastidio nei confronti del bambino, che viene spesso sentito come un peso, sensazione di inadeguatezza nella cura del piccolo, fino all'avversione nei suoi confronti e alla paura di restare sola con lui.

 

Insorgenza e durata La depressione post parto solitamente si affaccia durante la 3° o 4° settimana dopo il parto e arriva ad evidenziarsi come problema effettivo dopo 3 o 6 mesi dalla sua comparsa prolungandosi, a volte, per oltre un anno.

 

Le cause  Sebbene le cause non siano ancora del tutto chiare, sappiamo che sono coinvolti vari tipi di fattori: ormonali, fisici, come la stanchezza causata dai nuovi ritmi imposti dal bambino, psicologici (personalità con bassa autostima o perfezionista), sociali (mancanza di aiuto e sostegno) e cognitivi, per esempio il fatto di coltivare aspettative irrealistiche sull'essere madre o sul bambino. 

 

Tra i principali fattori di rischio per la depressione post parto ci sono il fatto di averne sofferto dopo gravidanze precedenti o di aver sofferto in passato di ansia o depressione, la familiarità per disturbi psichiatrici; lutti o situazioni molto stressanti, precarietà economica. Alcuni studi suggeriscono che un parto traumatico possa influenzare il rischio di depressione post parto, ma non c'è ancora consenso definitivo su questo aspetto.

 

Come si cura A seconda della gravità potranno essere proposte varie soluzioni terapeutiche. A volte può bastare qualche colloquio con uno specialista, psichiatra o psicologo, per mettere in chiaro alcuni aspetti e dissipare alcuni dubbi, facendo capire alla donna che quello che passa non è una colpa o qualcosa di cui vergognarsi. Altre volte servirà una psicoterapia più strutturata, per esempio di tipo sistemico relazionale. Altre volte ancora, saranno prescritti dei farmaci specifici, magari in associazione alla psicoterapia.

 

Niente paura: ci sono formulazioni di farmaci antidepressivi e ansiolitici che possono essere assunti tranquillamente anche durante l'allattamento.

SOSTEGNO ALLA 

GENITORIALITA'

Non esistono genitori perfetti.... bravi genitori si diventa!

i nostri professionisti aiutano i genitori con figli di qualsiasi età a trovare il modo più adatto a loro per diventare genitori efficaci, sereni e competenti nel loro importante ruolo attraverso incontri individuali, di coppia o di gruppo.

Il mestiere del genitore non è mai semplice: genitori non si nasce, si diventa!

La crescita e l’educazione dei figli è un percorso intenso e stimolante ma molto complesso, che in alcuni momenti può incontrare ostacoli o difficoltà. Ogni figlio richiede infatti ai genitori continui adattamenti in base alle caratteristiche personali di ciascuno, alle relazioni che si sviluppano all’interno della famiglia e alle fasi della crescita che si stanno affrontando.

L'associazione propone ai genitori che sentono il bisogno di un confronto o di un supporto alcuni incontri a cadenza personalizzata. Obiettivo del percorso con i genitori è ascoltare le loro difficoltà, aiutarli a comprendere il punto di vista del figlio, restituire loro un senso di competenza e supportarli nell’applicazione di strategie che li facciano sentire più adeguati nella gestione della situazione.

ADOLESCENZA

L'adolescenza è identificata come forse il più critico dei periodi del ciclo di vita: il più delle volte, gli adolescenti si trovano soli e disorientati, in un mondo nuovo, percependo negata, da un lato, la loro identità di bambini e, dall’altro, quella di adulti.

L'adolescenza è un periodo di transizione tra il bambino è l'età adulta durante il quale avvengono molti cambiamenti fisici e psicologici. Proviamo a capire alcuni aspetti di questo periodo della vita così particolare indagando quando inizia e quali sono i cambiamenti fisici.

   

Adolescenza, che cosa è

 

L'adolescenza è un'età molto delicata ed è un periodo di transizione tra la fanciullezza e l'età adulta durante il quale si verificano notevoli cambiamenti fisici e psicologici. I ragazzi e le ragazze iniziano ad avere le proprie idee e raggiungono la maturità sessuale. Proviamo a indagare nei dettagli alcuni aspetti di questo periodo della vita così particolare e complesso. Sarà utile a chi ha figli che stanno per entrare nella fase dell'adolescenza o che sono già adolescenti

 

Adolescenza, quando inizia e quando finisce

 

Quando inizia l'adolescenza, cominciano a essere prodotti gli ormoni sessuali da alcune ghiandole del corpo. Di solito le donne iniziano a produrli all'età di 11 o 12 anni, mentre per i maschi ciò avviene un po' più tardi, tra i 12 e i 13 anni. Sono gli ormoni sessuali a far iniziare una serie di trasformazioni fisiche, come, ad esempio, l'aumento della statura.

 

Sempre dal punto di vista fisico, l'adolescenza finisce indicativamente intorno ai 18-20 anni. Subentra poi l'età adulta.

 

Secondo una recente ricerca, pubblicata lo scorso anno su Lancet Child & Adolescent Health, la pubertà ora però inizia a 10 anni e l'adolescenza finisce a 24. E l'età in cui si inizia a badare a se stessi e in cui si entra nell'età adulta si sta spostando sempre più in là. Dal 1973 ai giorni nostri si è spinta per esempio di ben otto anni l'età media in cui gli uomini formano una famiglia: secondo l'Office of NationaL Statistic britannico è 32,5 per gli uomini e 30,6 per le donne. In Italia? A fornire i dati è l'Istat, l'istituto nazionale di statistica. Nel 2015 l'età media del primo parto per una donna è di 31,7 anni.

 

 

Adolescenti e cambiamenti fisici

 

 

Nelle ragazze i primi cambiamenti riguardano il seno, che inizia a formarsi con lo sviluppo del bottone mammario e dell'areola.

Nei ragazzi invece avviene l'ingrossamento dei propri genitali: si sviluppano prima i testicoli e poi, anche dopo un anno di distanza, il pene. «Intorno ai 12 anni, il ragazzo, con gradualità, perde le fattezze infantili, cresce in altezza, cambia il timbro della voce. Tutti questi tasselli esterni corrispondono, in realtà, a un cambiamento interno» 

 

Maschi e femmine cominciano anche a veder spuntare una peluria più folta, anche se nei ragazzi questo mutamento è molto più accentuato e coinvolge anche il volto. A volte per alcuni si manifesta l'acne e tutti iniziano ad aumentare di statura.

 

L'arrivo del primo ciclo mestruale (che dovrebbe arrivare entro il sedicesimo anno d'età) per le ragazze segna la fine della pubertà, mentre per i ragazzi il confine è meno marcato.

Cosa sono i comportamenti a rischio?

Quelli che gli adulti definiscono “comportamenti a rischio nell’adolescenza” sono comportamenti che possono mettere in pericolo il tuo benessere fisico, psicologico o sociale, oppure creare qualche difficoltà a te o a chi ti è vicino.

 

Parliamo di:

- bullismo, cyberbullismo, sexting, adescamento online

- abuso di alcol e sostanze stupefacenti

- attività sessuali non protette

- anoressia e bulimia

- abbandono scolastico

- fughe da casa

- tentativi di suicidio

- comportamenti violenti contro oggetti, animali o persone

Quali possono essere i motivi che spingono alcuni ragazzi a fare queste cose? Per sentirsi adulti, per far vedere di essere in grado di cavarsela da soli e non essere più dipendenti dai genitori. Per ottenere riconoscimento e popolarità nel gruppo di amici mostrandosi più forti. Per mettersi alla prova, per l’emozione di trasgredire e superare i limiti. Per provocare le reazioni degli adulti (genitori oppure insegnanti) e vedere fino a quando valgono i limiti ed i divieti. Per osservare quanto l’adulto sia effettivamente interessato e attento.

Alcuni ragazzi hanno un rapporto difficile con il cibo, ad esempio possono smettere di mangiare o, al contrario, ingurgitare grandi quantità di cibo, utilizzando il proprio corpo come strumento di ribellione; altri possono fare uso di droghe o di alcol per sentirsi in sintonia con il loro gruppo di amici, per essere “uno di loro” e per “sballarsi un po’”.

È necessario tentare di comprendere il significato veicolato dai comportamenti a rischio messi in atto dagli adolescenti, per poter lavorare con loro al fine di raggiungere gli stessi obiettivi di sviluppo senza mettere in pericolo la propria incolumità fisica o il proprio benessere psicologico.

 

 

COPPIA

Coppia: è un piccolo sistema a cui viene richiesto continuamente di adattarsi a nuovi elementi interni ed esterni. 

Nell’attuale scenario lavorativo caratterizzato da flessibilità e precarietà, l’entrata nel mondo del lavoro è sempre più ritardata e, di conseguenza, anche l’uscita.

 

L’aumento dell’età pensionabile fa in modo che, da un lato l’uscita dal mondo del lavoro sia una meta, nella maggior parte dei casi ambita, dall’altro, però, si preannunciano condizioni di lavoro continuo, un lifelong working.

Il pensionamento è quel provvedimento che autorizza o impone la cessazione dell’attività di un lavoratore e il suo inserimento nello status di “pensionato”.

 

Pensione: una fase di vita

In condizioni legislative favorevoli, il lavoratore riceve l’autorizzazione alla pensione e può decidere di continuare il rapporto di lavoro o terminarlo, andando, appunto, in pensione. Ma cosa implica la scelta di andare in pensione? Innanzitutto, “andare in pensione non vuol dire non lavorare” (Malpede & Villosio, 2009).

Il pensionamento è un cambiamento e, come tale, comporta la costruzione di nuovi equilibri. Nello specifico, la scelta di uscire dal contesto di lavoro è spesso vissuta come una vera e propria liberazione: una liberazione da eventuali costrizioni, come turni di lavoro sacrificanti.

In realtà, con il passare del tempo quel senso di libertà si trasforma in un senso di vuoto esistenziale. Questo aspetto dipende dal fatto che il contesto di lavoro è un ambito di significazione dell’esperienza umana che aiuta a definirsi e ad attribuirsi socialmente un ruolo e uno status. La rottura del contatto con questo livello di significati, soprattutto se brusca e improvvisa, può condurre ad una perdita di senso interpersonale e socialmente costruito. In più, questa scelta non coinvolge esclusivamente il lavoratore, ma tutte le persone che lo circondano, tra cui un ruolo fondamentale è svolto dalla famiglia. Anche in questo contesto, il pensionamento implica un cambiamento, una inversione di ruoli e azioni che, quindi, devono portare a nuovi equilibri e nuovi significati.

 

Pensione: una fase emotivamente delicata

Messaggio pubblicitarioLa condizione più traumatica, invece, si verifica quando la pensione non è una scelta del lavoratore ed è imposta da particolari condizioni fisiche, contrattuali o da altre situazioni. In questo caso, il lavoratore potrebbe reagire con rabbia e depressione, generando anche conflitti e disequilibri familiari. Cosa si può fare allora?

Innanzitutto è necessario essere consapevoli del fatto che le reazioni a questo cambiamento sono soggettive, quindi non esiste una modalità di intervento universale. Bisogna, quindi, iniziare ad indagare il sistema di significati che questo evento impattante ha avuto per la persona in pensione e poi rendere le aspettative sul pensionamento più realistiche e concrete, senza fermarsi a pensare a stereotipi o aspetti oggettivi del vissuto pensionistico. Diventa, così, importante la progettazione, soprattutto di attività che si desiderano fare da tempo e che prevedono l’instaurarsi di rapporti sociali (ad esempio, iscriversi a corsi, fare volontariato, viaggiare). Oltre la progettazione, diventa importante anche l’attuazione delle attività pianificate.

In questi particolari casi, l’intervento dello psicologo e dello psicoterapeuta diventano fondamentali, al fine di restituire una progettualità presente all’ex lavoratore, soprattutto se queste opportunità non sono “visibili” alla persona. La progettualità e la richiesta di aiuto diventano momenti fondamentali durante questo passaggio, poiché “la migliore pensione è il possesso di un cervello in piena attività” (Rita Levi Montalcini).
 

PENSIONAMENTO

Pensione: nonostante oggi sia una fase diversa dal passato, rimane un passaggio delicato dal punto di vista emotivo in cui può servire un supporto.

Le difficoltà tra i partner fanno parte dell’evoluzione della vita della coppia. Ma quando queste difficoltà sono così “gravi” da richiedere un intervento psicoterapeutico?

Crisi di coppia

Utile quando la coppia si trova ad affrontare un momento di crisi, ovvero un momento di ricerca di un nuovo equilibrio, più funzionale e gratificante per entrambi i partner.

Separazione e Divorzi

Utile quando la coppia, o uno dei partner, è consapevole di voler affrontare la separazione. Il percorso di coppia aiuta a individuare gli aspetti emotivi negativi individuali e relazionali per favorire il processo di separazione, soprattutto se ci sono dei figli.

Sostegno alla Genitorialità  

Utile quando la coppia genitoriale vuole comprendere meglio la fase dello sviluppo in cui si trova il figlio o i figli. inoltre risulta necessaria per comprendere meglio come coordinare la propria impostazione genitoriale con il rispettivo partner. 


 

TRAUMA E PTSD (DISTURBO POST TRAUMATICO DA STRESS)

Per trauma psicologico si intende qualsiasi evento che una persona recepisce come estremamente stressante. La nostri professionisti sono formati per aiutare la persona ad elaborare il trauma e a ridurre progressivamente i sintomi post traumatici con tecniche specifiche come l'EMDR.

Per trauma psicologico si intende qualsiasi evento che una persona recepisce come estremamente stressante. Può trattarsi di una minaccia all’integrità fisica, propria o di altri, o all’identità psicologica. Questi eventi producono reazioni emotive e corporee importanti, che non sempre il cervello riesce ad elaborare.

Quando l’elaborazione del trauma psicologico non avviene spontaneamente, le emozioni e le sensazioni corporee si bloccano, e costruiscono reti neuronali disfunzionali che compromettono il normale funzionamento psichico e il benessere della persona.

L’impatto del trauma psicologico è soggettivo. A seconda delle caratteristiche di personalità, dell’ambiente circostante, della struttura emotiva e cognitiva di ogni persona un evento può essere più o meno traumatico.

Eventi che potenzialmente posso scatenare un trauma psicologico non includono solo condizioni estreme e fuori del comune, ma molto spesso possono riguardare anche esperienze di trascuratezza o mancanza di rispetto e accudimento, che influiscono sul senso di valore dell’individuo, sulla sua sicurezza, sull’autostima e sul suo senso di efficacia personale.

Anche senza aver subito traumi psicologici con la “T” maiuscola, tutti noi abbiamo subito traumi con la “t” minuscola. Per alcuni può essere stato traumatico essere umiliati alle elementari da un maestro troppo duro, per altri essere mollati, improvvisamente, dal proprio partner; per molti può essere traumatica la perdita del lavoro, oppure un divorzio o la perdita di una persona cara, ma anche un giudizio ricevuto.

Il trauma psicologico è quindi molto frequente e costituisce uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici, in particolare di disturbi d’ansia, come il disturbo post-traumatico da stress, ma non solo.

I sintomi che si possono presentare in seguito ad un’esperienza traumatica non sono univoci. Essi variano a seconda della gravità del trauma psicologico, ma, soprattutto, dipendono dalla risposta soggettiva di chi lo ha subito.

La risposta all’esperienza traumatica è, prima di tutto, emotivo-corporea. Nel caso di un trauma psicologico irrisolto si crea nel cervello una stasi neurobiologica, che impedisce l’elaborazione delle emozioni e delle sensazioni corporee le quali, permanendo nel cervello oltre la conclusione dell’esperienza, sono pronte a riattivarsi in situazioni simili a quella traumatica.

Anche se la persona si trova in condizioni di sicurezza può accadere, infatti, che essa sperimenti le stesse emozioni e sensazioni sgradevoli che aveva provato nel momento in cui è avvenuto il trauma. Per esempio, chi ha avuto un incidente d’auto può continuare a sentirsi a disagio e teso in macchina, anche se consapevole che, da anni, guida senza problemi.

Questa iperattivazione emotiva e corporea può portare allo sviluppo di sintomatologie diverse.

Secondo la classificazione del DSM IV-TR, sono due i disturbi direttamente legati ad esperienze traumatiche irrisolte. Questi sono: il Disturbo Acuto da Stress e il Disturbo Post-Traumatico da Stress.


Trattasi di due disturbi d’ansia caratterizzati dai seguenti sintomi:

  • paura intensa, sentimenti di impotenza o di orrore;

  • rivivere costantemente l’evento traumatico con immagini, pensieri o percezioni ricorrenti e intrusive, sogni, sensazione di rivivere l’esperienza (illusioni, allucinazioni, flashback), disagio psicologico e reattività fisiologica intensa all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico;

  • evitamento di pensieri, sensazioni, conversazioni, attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma, incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma;

  • riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative, sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri, affettività ridotta, sentimenti di diminuzione delle prospettive future;

  • aumento dell’attivazione nervosa, con difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, irritabilità o scoppi di collera, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme.

Se tale sintomatologia si risolve entro 4 settimane parliamo di Disturbo Acuto da Stress, se invece perdura per oltre un mese si parla di Disturbo Post-Traumatico da Stress.

Nella pratica clinica si riscontra, però, che un trauma può dare origine a varie patologie e non solo alle due sopra citate.

Molti autori, oggi, indipendentemente dall’approccio teorico di appartenenza, sostengono che piccoli e grandi traumi psicologici, vissuti soprattutto in età infantile, hanno un impatto significativo sull’emergere dello stress psicologico e sullo sviluppo di vari disturbi mentali. Anche aspetti caratteriali, come la timidezza o la tendenza al senso di colpa, possono essere la conseguenza di traumi. In particolare, di traumi interpersonali, come rifiuti, umiliazioni, colpevolizzazioni, tanto più gravi quanto più ripetuti.

Un trauma psicologico irrisolto, infatti, costituisce un carico disfunzionale nel cervello di una persona che la rende più fragile rispetto all’impatto con altre possibili successive difficoltà della vita e ne diminuisce la resilienza. Per questo diciamo che un trauma irrisolto tende a “complessizzarsi”, dando vita a modalità di relazione disfunzionali con se stessi, con gli altri e con la realtà interna, che possono diventare la base di sintomatologie diverse.